La mia vita da Zucchina
All’inizio di dicembre del 2020 ho scoperto quasi per caso “La mia vita da Zucchina”, film d’animazione del 2016 diretto da Claude Barras e tratto dal romanzo di Gilles Paris.
Successivamente è nata anche la curiosità di leggere il libro (che consiglio): alcune cose differiscono, come spesso accade, ma “La mia vita da Zucchina” affronta in entrambe le versioni l’infanzia traumatizzata senza scorciatoie emotive e senza pietismo. Con una delicatezza rara racconta una storia di perdita, abbandono e violenza domestica scegliendo però un punto di vista laterale: quello della possibilità di ricostruzione. La storia di Zucchina mi ha vivamente emozionata perché mi ha riportata indietro nel tempo, a quando lavoravo in comunità educativa, dove ho incontrato molte storie complesse. Ricordi preziosi, che custodisco con cura. Il film mostra ciò che resta dopo la frattura: bambini che portano addosso storie troppo grandi, spesso senza le parole per raccontarle, e che quindi esprimono il dolore attraverso il corpo, il comportamento, le difese. Zucchina appare emotivamente raccolto e il suo soprannome gli permette di esistere senza esporsi troppo, ma anche di restare legato al ricordo della madre, seppur “sgangherato”. La casa famiglia diventa uno spazio di contenimento, il luogo in cui il dolore può finalmente essere condiviso. È qui che il vissuto smette di essere solo agito e inizia lentamente a essere pensato, nominato, raccontato.
Zucchina porta con sé quelli che, per dirlo con un linguaggio valliniano, sono i suoi documenti affettivi:
un aquilone costruito da lui, con sopra disegnati il padre vestito da supereroe e una gallina (quella con cui, come gli ha raccontato la madre, è scappato via da casa);
una lattina di birra (vuota), memoria concreta della madre che ne beveva tantissime ogni giorno.
Oggetti che tengono insieme affetto e perdita, ricordo e identità. La presenza, in casa famiglia, di adulti affidabili, non idealizzati e non onnipotenti, introduce un elemento decisivo: la possibilità di un legame mentale sano. Come quello con il poliziotto, che dopo aver raccolto la sua deposizione e averlo accompagnato in casa famiglia, torna a trovarlo tutte le domeniche. Quando Zucchina gli chiede se lo fa perché è il suo lavoro o perché gli vuole bene, la domanda colpisce dritta. È una domanda che ho sentito fare spesso anche dai ragazzi in comunità: il timore dell’abbandono, la paura di affezionarsi troppo, il bisogno disperato di capire se qualcuno resterà. “Siamo tutti uguali qui, non c’è più nessuno che ci ami”, dice Simon, suo compagno di comunità. Una frase che racconta il sentimento di fondo di questi bambini: l’idea di essere irrimediabilmente non scelti. Simon, a sua volta, riceve in regalo un mp3 dalla madre, senza una lettera di accompagnamento, quindi senza parole per lui. Oggetti che sostituiscono le parole. E anche questo mi richiama alla mente i tanti oggetti portati dai genitori in comunità, come tentativi maldestri di presenza quando mancava un linguaggio affettivo, che noi educatori avevamo il compito di riattivare. Un lavoro di enorme serietà.
Accade che Zucchina si innamora di Camille, che ha una storia altrettanto tragica. A lei regala una barchetta costruita con la sua lattina di birra: il suo documento affettivo più carico. Questo l’ho trovato un passaggio saliente, colmo di significato poiché cambia funzione: da reliquia del trauma diventa ponte verso l’altro. Da fedeltà mortifera al passato a fedeltà vitale e alla possibilità del legame. Si tratta di ricordare la madre, riconoscerne la responsabilità e soprattutto di sentire l’obbligo di incarnarla attraverso l’oggetto. Questo rappresenta uno dei movimenti più complessi del lavoro psichico: accogliere la possibilità che il dolore si trasformi, mantenendone viva la verità. Per questo il dono della barchetta è così carico di senso: è il punto in cui il trauma inizia, finalmente, a essere raccontato a qualcun altro. La barchetta è un frammento concreto di un’esperienza che non ha mai trovato un adulto capace di accoglierla e tradurla in senso. È un oggetto che nasce là dove il linguaggio è mancato. Lasciare andare l’oggetto significa uscire dalla posizione di unico depositario del trauma e aprirlo alla condivisione. Zucchina racconta a Camille che spesso sogna di essere grande e di vivere con sua madre che parla da sola e beve birra, e lui che beve come lei. Poi aggiunge di essere contento che questa cosa non succederà mai, ora sente di non correre più questo rischio. In questa frase c’è tutto: il desiderio, la lealtà, ma anche l’inizio di una separazione psichica possibile. Il poliziotto a un certo punto dice: “Mi piace far germogliare le cose”. Ed è esattamente ciò che fa: senza pretendere di cancellare il passato, crea le condizioni perché qualcosa possa crescere, e che inizino anche ricordi buoni. Quando Zucchina e Camille vanno a vivere con lui, il film introduce con grande delicatezza il tema della separazione: quella che rende abitabili i legami senza spezzarli e senza restarne prigionieri.
Il film si chiude con Zucchina che fa volare l’aquilone. Sopra ai disegni originari ha attaccato la foto con i suoi compagni di comunità: il passato trova posto nel presente, attraverso l’integrazione. “La mia vita da Zucchina” ci ricorda che qualcosa di profondamente sbagliato può accadere, ma ci dice anche che con relazioni sufficientemente sane, è ancora possibile costruire un futuro. La riparazione prende forma nell’incontro con qualcuno che resta.
Recensione di Barbara Friia
Coraline e la porta magica
Questo film animazione del 2009 - diretto da Henry Selick e tratto dal romanzo di Neil Gaiman- racconta di una ragazzina che si trasferisce, insieme ai suoi genitori, in una nuova città. Lì scopre una porta segreta e magica che la trasporta nella stessa casa ma trasformata in un luogo ideale, fatto di tutto ciò che desidera.
Il mondo che Coraline scopre oltre la porta è appunto un altro mondo, che nasce come risposta all’assenza dello sguardo e di attenzioni dei suoi genitori e degli altri adulti che incontra. Nessuno infatti sembra vederla davvero, persino il suo nome viene sempre pronunciato in modo sbagliato e viene così minato il suo senso di esistere. L’altro mondo nasce quindi da una frattura del legame poiché i genitori sono assorbiti dal lavoro, sono presenti ma poco sintonizzati. Questo luogo sembra quindi essere un rifugio e ciò che inizialmente appare come una soluzione - perché è un mondo più divertente, più attento - si rivela come uno spazio chiuso dove non c’è conflitto, non c’è attesa, non c’è possibilità di crescita. Ogni desiderio viene anticipato e seduce perché risponde a tutto, ma allo stesso tempo non lascia spazio a nulla che possa far crescere. La figura dell’altra madre è accogliente, premurosa, sempre disponibile, ma il suo amore non prevede distanza né autonomia. Chiede a Coraline di restare sempre e per sempre con lei per permetterle di darle infinito amore e l’offerta dei bottoni al posto degli occhi segna il punto di non ritorno: essere amata a condizione di rinunciare allo sguardo, alla propria soggettività. Vale a dire la perdita di sé in cambio di una protezione totale. Quello che viene definito da Laura Pigozzi un “plusmaterno”, una madre che occupa tutto lo spazio psichico, impedendo la nascita del desiderio del figlio, che resta incastrato nella funzione di oggetto. Il gesto finale di chiudere la porta, è una rinuncia a un luogo che prometteva di colmare ogni mancanza e tornare nel mondo reale significa quindi accettare genitori imperfetti, la noia, le frustrazioni, ma anche la possibilità di desiderare, di scegliere e di crescere.
Questo film animazione mi ha fatto pensare al concetto di luogo immaginario elaborato da Dina Vallino e il personaggio del gatto nero, attraverso il suo sguardo, le sue domande, le sue precisazioni, sembra avere lo scopo di far sostare Coraline e farle nascere nuovi pensieri, così come facciamo noi psicoterapeuti attraverso la Consultazione Partecipata, quando accompagniamo il bambino a trasformare il suo luogo immaginario offrendo il nostro pensiero come catalizzatore, che lo aiuti a pensare i propri pensieri e ad accedere alla propria revêrie, concetto molto amato da Dina Vallino. Questo film animazione mi è piaciuto molto perché l’immaginazione viene riposizionata come spazio che deve restare attraversabile, proprio come ci insegna Dina.
La presenza di legami che creano esistenza e possibilità di crescita, consente di incontrarsi e di incontrare.
Recensione di Barbara Friia
Il film che ho scelto è poco conosciuto in Italia, forse perché distribuito da una casa produttrice indipendente, la Insceal (in Italia distribuito da Officine Ubu).
An Cailín Ciúin (titolo originale) è il film d’esordio del regista Colm Bairéad, selezionato per il prestigioso 72° Festival Internazionale del Cinema di Berlino.
The Quiet Girl è ambientato nell’Irlanda del 1981 ed è la trasposizione del breve racconto Forster di Claire Keegan.
Di questo film colpiscono la complessità e la delicatezza, la sua capacità di far sentire, e quasi toccare, le emozioni di Cáit, bambina di nove anni molto silenziosa e nel contempo molto comunicativa.
Una bambina capace di scuotere e creare sussulti attraverso i suoi silenzi, i suoi luoghi, la sua goffaggine. Cáit sembra non avere un posto nel mondo, eccetto nel suo luogo segreto, dove si rifugia e dove forse viaggia con l’immaginazione, come ci mostra la scena iniziale, con lei nascosta nell’erba alta, dove nessuno la vede, dove nessuno la trova.
Effettivamente nessuno vede Cáit, anche quando non si nasconde, anche quando cerca di parlare, arrivando a scegliere, come difesa, il silenzio.
I genitori, persone impoverite non solo economicamente, mal sopportano il suo atteggiamento, non comprendono i suoi sguardi e agiscono una distanza, un allontanamento della figlia presso lontani parenti, di cui conoscono ben poco.
Qui Cáit scoprirà la curiosità, l’affetto, la cura, il senso di comunità. Grazie a questo incontro Cáit rifiorirà, perché inizierà a essere vista e raggiunta là dove si trova. Inizierà a esistere per la prima volta.
Dove ci sono adulti competenti, pronti a rispondere e a riparare, esistono bambini che possono desiderare e porre domande che verranno finalmente accolte. Come ben sappiamo certi incontri della vita aprono le porte alla speranza.
Questo è un film che racconta con raffinatezza l’effetto della trascuratezza e la forza del legame, della relazione capace di recuperare il senso del vivere.
Recensione di Barbara Friia